Nanoparticolato e Virus: un binomio (talvolta) fatale..

UNA PRIMA ANALISI SULLA DIFFUSIONE DEL COVID-19 IN ITALIA IN RELAZIONE AI SUPERAMENTI DEI LIMITI DI PM10.

Che il particolato atmosferico e, più in generale, ambientale rappresentasse da sempre un rischio per lo svolgimento delle normali funzioni metaboliche delle cellule animali e vegetali è cosa nota da tempo immemorabile e vi sono numerosi studi che lo confermano, non ultimi quelli della D.ssa Antonietta Gatti e del Dottor Stefano Montanari della Nanodiagnostics di Modena, Centro di ricerca riconosciuto a livello internazionale per gli studi sull'inquinamento cellulare e ambientale.

Ciò che invece è conosciuto ancora a pochissimi è che il nanoparticolato oltre a veicolare numerosi agenti chimici e biologici,svolge anche funzioni di vettore e amplificatore dell'attività di numerosi virus, portandoli a diretto contatto con le cellule epiteliali a livello polmonare oltreché cutaneo e rino-faringeo.
Il nanoparticolato aereo sembra però rappresentare un vero e proprio substrato di sviluppo di tali agenti, favorendone la stabilità fisico-chimica e la sopravvivenza anche a distanze notevoli dal luogo di originaria interazione. Un ruolo importante nella loro capacità di essere virulenti viene svolto da fattori ambientali quali luce, temperatura e umidità.
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Non sono pochi gli studi scientifici, ampiamente citati nel paper in allegato, che riportano la casistica relativa alle modalità e ai tempi di diffusione/rallentamento/blocco/inattivazione virale, già a partire dal 2010, del virus dell'influenza aviaria e, per continuare, con l'elevata correlazione fra l'insorgenza di polmoniti nei bambini e la coesistenza fra Virus Respiratorio Sinciziale (RSV) e la concentrazione di nanoparticolati.

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Analogamente (2017), l'incidenza e l'incidenza e la diffusione dei contagi da virus del morbillo è favorita da concentrazioni di PM 2,5 pari a 10 microgrammi/metro cubo.

In uno studio recentissimo (2020) viene confermato che uno dei fattori di maggiore diffusione del virus del morbillo è rappresentato dal nanoparticolato atmosferico PM 2,5 e che la riduzione di tale fonte di inquinamento incide positivamente sulla riduzione della diffusione del virus del morbillo.

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Sulla base di questa sintetica introduzione e rassegna scientifica, storicamente ricostruita, si può quindi dedurre che il particolato atmosferico (PM10, PM2.5) costituisce un efficace vettore per il trasporto, la diffusione e la proliferazione delle infezioni virali.

Il gruppo di studio autore del paper in allegato prende in esame i seguenti elementi:

- i dati di concentrazione giornaliera di PM10 rilevati dalle Agenzie Regionali per la Protezione Ambientale (ARPA) di tutta Italia;
- i dati sul numero di casi infetti da COVID-19 riportati sul sito della Protezione Civile (COVID-19 ITALIA)
e viene evidenziata una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di PM10 registrati nel periodo 10 Febbraio-29 Febbraio e il numero di casi infetti da COVID-19 aggiornati al 3 Marzo (considerando un ritardo temporale intermedio relativo al periodo 10-29 Febbraio di 14 gg approssimativamente pari al tempo di incubazione del virus fino alla identificazione della infezione contratta).
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“Tale analisi sembra indicare una relazione diretta tra il numero di casi di COVID-19 e lo stato di inquinamento da PM10 dei territori, coerentemente con quanto ormai ben descritto dalla più recente letteratura scientifica per altre infezioni virali.”
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La relazione tra i casi di COVID-19 e PM10 suggerisce un’interessante riflessione sul fatto che la concentrazione dei maggiori focolai si è registrata proprio in Pianura Padana mentre minori casi di infezione si sono registrati in altre zone d’Italia.
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“Le curve di espansione dell’infezione Covid-19 nelle regioni (Figura sopra) presentano andamenti perfettamente compatibili con i modelli epidemici, tipici di una trasmissione persona-persona, per le regioni del sud Italia mentre mostrano accelerazioni anomale proprio per quelle ubicate in Pianura Padana in cui i focolai risultano particolarmente virulenti e lasciano ragionevolmente ipotizzare ad una diffusione mediata da carrier ovvero da un veicolante”.

Adesso osservate attentamente il grafico sottoriportato in cui è possibile osservare il cosìddetto “effetto boost” indotto dalle elevatissime concentrazioni di PM 10 nei periodi considerati e gli intervalli con cui si sono manifestati, ciclicamente, i focolai virali.

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Tali analisi sembrano quindi dimostrare che, in relazione al periodo 10-29 Febbraio, concentrazioni elevate superiori al limite di PM10 in alcune Province del Nord Italia possano aver esercitato un’azione di boost, cioè di impulso alla diffusione virulenta dell’epidemia in Pianura Padana che non si è osservata in altre zone d’Italia che presentavano casi di contagi nello stesso periodo. A questo proposito è emblematico il caso di Roma in cui la presenza di contagi era già manifesta negli stessi giorni delle regioni padane senza però innescare un fenomeno così virulento.

La documentazione integrale allegata al presente articolo è il risultato di un confronto, avvenuto di recente in una ristretta cerchia di studiosi e ricercatori italiani (Leonardo Setti - Università di Bologna, Fabrizio Passarini - Università di Bologna, Gianluigi de Gennaro - Università di Bari, Alessia Di Gilio - Università di Bari, Jolanda Palmisani - Università di Bari, Paolo Buono - Università di Bari, Gianna Fornari - Università di Bari, Maria Grazia Perrone- Università di Milano, Andrea Piazzalunga - Esperto Milano, Pierluigi Barbieri - Università di Trieste, Emanuele Rizzo - Società Italiana Medicina Ambientale, Alessandro Miani - Società Italiana Medicina Ambientale), afferenti ai seguenti dipartimenti di ricerca:

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Elaborazione e sintesi a cura di Davide Suraci

Download del documento ufficiale rilasciato dai ricercatori del Polo Universitario SIMA, Alma Mater Bologna, Università degli Studi di Bari ALDO MORO.

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